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Raccontare l’Olocausto ai bambini, tra i libri a tema e i consigli degli storici

Oggi, 27 gennaio, è il Giorno della Memoria, ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto. Come il nome stesso suggerisce, si tratta di un momento in cui tramandare gli orrori degli stermini nazifascisti, in particolare alle nuove generazioni, affinché non si dimentichino. Per le bambine e i bambini di oggi gli eventi legati alla Shoah sono crudeli e lontani nel tempo: è quindi importante trovare le giuste leve che permettano di comprendere a fondo queste pagine infelici della nostra storia senza essere annientati dall’enormità della portata. Per suggerire alle famiglie gli strumenti più adatti abbiamo selezionato 10 libri che potranno accompagnare i piccoli lettori e le piccole lettrici (nella gallery),  e abbiamo parlato con Annalisa Strada, scrittrice, e Gianluigi Spini, storico.
Nella vostra ampia produzione a quattro mani dedicata alla Seconda guerra mondiale avete toccato diverse volte il tema dell’Olocausto. In particolare, I ragazzi di Villa Emma viene consigliato già ai primi anni delle elementari. Qual è la formula giusta per parlare della Shoah ai più piccoli?
“Ci sono due elementi che cerchiamo sempre di inserire nei libri per i bambini sull’Olocausto. Il primo è la speranza malgrado la devastazione. Ne I ragazzi di Villa Emma si parla di fuga dalla deportazione, dando quindi un taglio volto a mettere in luce i singoli destini felici, o almeno meno tragici, rispetto a quelli di tanti altri ragazzini ebrei. Il secondo elemento racchiude un messaggio che riteniamo sia molto importante per i più piccoli, ovvero la possibilità di migliorare le cose attraverso la scelta individuale. Anche nel contesto di una Storia generale indubbiamente drammatica possono esistere tante piccole svolte felici. Vorremmo far percepire ai ragazzi che quella volta in cui si decide di non denunciare o in cui si decide di non sparare possono fare la differenza e cambiare la vita di qualcuno. Questo è per noi raccontare l’Olocausto ai bambini con i nostri libri: scegliere le luci nel buio come fonti di ispirazione, mettendo in rilievo comportamenti eversivi, divergenti e positivi”.
Il valore della scelta personale è un tema centrale anche del vostro ultimo libro, La casa del male. Ambientato nella Milano del 1944, ruota intorno a un luogo di tortura. Perché raccontare proprio questa storia?
“La Villa Triste di via Paolo Uccello a Milano fu una base d’azione della banda Koch. I componenti, giunti a Milano dopo aver partecipato anche al massacro delle Fosse Ardeatine, fecero di  Villa Triste la sede delle loro attività criminali, sregolate al punto da essere osteggiate anche da alcuni gerarchi fascisti. Abbiamo scelto di raccontare questa storia perché abbiamo trovato nuove fonti, ma anche perché pensiamo che il biennio 1943-1945 del conflitto in Italia sia il più confuso e complesso da comprendere, con spaccature di cui in parte sentiamo il peso ancora oggi. In La casa del male la narrazione si svolge in una Milano bombardata, una Milano molto piccola rispetto a quella attuale, in cui il quartiere Lotto era estrema periferia. La sfida specifica di questo romanzo per ragazzi è stata raccontare il male senza renderlo seducente, senza farlo scadere nel genere horror. Questo nei fatti significa indurre senza indulgere e non immedesimarsi nel carnefice. La parte più sicura della narrazione è proprio quella del torturatore e bisogna stare attenti a non assumere quel punto di vista specifico, a non rendere il libro piacevole proprio perché contiene violenza”.
Ormai sono passati 70 anni dalla Seconda guerra mondiale, per i bambini non sono pochi. Voi continuate a scrivere per loro libri ambientati in quel periodo storico. Che cosa vi spinge a perseverare?
“Ci sono due motivi principali. Il primo è che la Seconda guerra mondiale fu così devastante e definitiva da determinare l’assetto attuale del mondo. Il biennio 1943-1945 è tuttora imprescindibile per comprendere il lessico politico italiano contemporaneo, anche per i ragazzi. Per esempio, parole come comunista e fascista con le quali si indica un nemico restano di uso corrente ed è importante per i più giovani capire che il modo in cui vengono usate ora è molto diverso dal significato che gli stessi termini avevano nel dopoguerra. L’altro motivo è che comunque la Seconda guerra mondiale viene affrontata in tutti i programmi scolastici, a differenza per esempio di conflitti più recenti come lo stragismo degli anni ’70. Questo permette a noi autori di scrivere una storia che faccia riflettere sulla responsabilità individuale e il valore delle scelte del singolo senza dover raccontare tutto il contesto storico dall’inizio. C’è di più: il confronto con un passato abbastanza noto e generalmente condannato, come la tragedia dell’Olocausto, permette di lanciare uno sguardo sul presente. Anche nelle classi scolastiche dei piccoli di sei/nove anni, partendo dal dramma della Shoah, si possono promuovere riflessioni attuali, con domande quali: quanti bambini adesso stanno ancora cercando riparo da un nemico? Dove?  La tragedia dell’Olocausto mostra, quindi, la sua duplice urgenza narrativa: per tramandare la memoria di quello che è stato, come nel Giorno della Memoria di oggi, e per far comprendere che è necessario stare all’erta perché non si ripeta mai più”.
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