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A che punto siamo rimasti con i Comuni no-5G

Protesta contro il 5G a Torino (foto di Marco Bertorello/Afp via Getty Images)Tra i mosaici della villa romana del Casale, il gioiello archeologico di Piazza Armerina, in Sicilia, dal 1997 patrimonio dell’Unesco, una sequenza immortala le fatiche di Ercole. Delle dodici imprese a cui la mitologia greca lega il semidio, figlio di Zeus, una delle più difficili fu la seconda: l’uccisione dell’idra di Lerna, un velenosissimo mostro dotato di sette o nove teste, a seconda della versione, che ricrescevano se tagliate. La forza bruta di Ercole da sola non bastava. Gli servì l’aiuto del nipote, il fido Iolao, che cauterizzando i moncherini delle teste decapitate, ne impediva la ricrescita, prima che l’eroe schiacciasse il mostro sotto un pesante masso.
Fuor di metafora, qualcosa di simile sta succedendo con i Comuni che hanno vietato l’installazione del 5G in Italia. La scure del decreto Semplificazioni dello scorso luglio da sola non sembra bastare a troncare ordinanze, delibere e altri stop allo sviluppo delle reti di quinta generazione. Non solo perché qualche sindaco ha comunque dichiarato il blocco dopo il diktat del governo, ma anche perché gli oltre 400 divieti, censiti nel tempo da Wired, non sono automaticamente decaduti. E se a fare un passo indietro non è il Comune stesso, occorre andare in tribunale, benché, finora, tutti i verdetti abbiano dato torto ai no-5G.
Ci vorrà almeno tutto il 2021 per smontare le barricate sollevate dai sindaci a partire dalla primavera del 2019 e spuntate come funghi durante i primi mesi della pandemia, sulla scia di una teoria del tutto infondata che associava il coronavirus al 5G. Proprio il caso di Piazza Armerina, per esempio, non si chiuderà prima della fine dell’anno. Lo scorso 12 novembre la prima sezione del tribunale amministrativo regionale (Tar) di Catania ha fissato al 2 dicembre 2021 l’udienza per discutere il ricorso della compagnia telefonica Iliad contro il divieto emanato dal Comune siciliano. Lo stesso giorno toccherà anche a Wind-Tre contro Siracusa.

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Le cause contro il 5G
La due città isolane non solo sole. Altri 33 municipi sono stati citati al Tar a causa delle ordinanze contro il 5G (dati al 26 gennaio 2021 estrapolati dall’archivio online delle pronunce della giustizia amministrativa). In alcuni casi la pratica è già stata archiviata. Vuoi perché il sindaco ha fatto dietrofront dopo il decreto Semplificazioni, come nel caso di Grosseto o di Reggio Calabria. Vuoi perché i giudici amministrativi hanno annullato le ordinanze. In altri dieci casi il tribunale ha sospeso l’atto, ma rimandato la trattazione del caso. Questo significa che “la compagnia telefonica che vuole installare un’antenna, se ottiene la sospensiva può partire con il cantiere, pur assumendosi il rischio che l’esito possa essere ribaltato dalla sentenza”, puntualizza Ernesto Belisario, avvocato specializzato in diritto amministrativo e partner dello studio legale E-Lex.
Quest’anno gli operatori contano di recuperare i ritardi accumulati nel 2020 a causa delle restrizioni per contenere il coronavirus. Wired ha calcolato che dal 2019 ci sono già oltre cinquemila pareri positivi da parte delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (Arpa) in favore dell’installazione di antenne 5G.
La maggior parte dei divieti si concentra in Comuni piccoli o piccolissimi. Di contro, a essere già coperti dalle reti di quinta generazioni, o in lizza per le prossime accensioni, sono i grandi centri. Tuttavia l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha impegnato le compagnie a connettere anche 120 borghi tra i più remoti per attenuare il divario digitale, benché poi, proprio tra quei sindaci, alcuni sono stati tra i primi a fare ordinanze contro il 5G. Insomma, è probabile che gran parte dei circa 450 Comuni che – stando ai censimenti di Wired – hanno vietato le reti di quinta generazione, sarà interessata dai lavori solo in una seconda fase delle tabelle di marcia degli operatori. Tuttavia, se per allora l’ordinanza non sarà stata revocata, toccherà il ricorso al Tar, “anche se il provvedimento non è stato eseguito ed è un atto bandiera”, commenta Belisario.
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I numeri dei ricorsi
Analizzando gli archivi delle sentenze, emerge che Wind-Tre è la compagnia più impegnata in tribunale, con 27 cause. La segue la francese Iliad, che è anche quella che ha chiesto più permessi (1.762 e il dato è parziale perché non indicano gli operatori le richieste di Campania, Piemonte, Veneto, Bolzano, Trento, Sicilia e Umbria e per alcune province di Lazio e Abruzzo) perché deve costruire la sua rete ex novo. Circa un terzo dei ricorsi riguarda Calabria, Campania e Sicilia, mentre Montesilvano, Comune abruzzese a nord di Pescara, è stato citato in tribunale tre volte, di cui due dalla stessa compagnia (Iliad).
Dai Tar i sindaci no 5G escono sconfitti. L’ordinanza di Cardito, periferia nord di Napoli, è stata annullata perché, scrive il Tar, “non vi sono prove scientifiche della pericolosità del 5G per la salute umana, e vi sono già limiti e regole statali, improntate al rispetto del principio di precauzione”. Al primo cittadino di Carinola, nel Casertano, viene contestato, tra le altre cose, che “non vi sarebbe alcun pericolo per l’incolumità pubblica” e che “pone un ordine di sospensione esteso a ogni attività riconducibile alla tecnologia 5G, senza un termine prestabilito di durata” e dopo il parere positivo dell’Arpa.
Il Tar del Lazio ha stracciato il veto di Fiumicino perché “impedisce l’adeguamento della rete di telecomunicazioni e, quindi, di garantire il servizio pubblico”. Non è andata meglio neanche a comitati di cittadini che si provati a mettere di traverso. È successo a Genova in un ricorso contro Comune e Wind-Tre. E a Perugia, dove è chiamata in causa Iliad e dove il giudice riconosce il valore del semaforo verde dell’Arpa Umbria. Di nuovo per fugare i dubbi sul rispetto dei limiti di emissione, che peraltro in Italia sono più bassi rispetto alla media europea. L’unico caso in cui un ricorso è passato è nel Comune di Quarto, contro sindaco, Iliad e Cellnex, multinazionale delle torri di telecomunicazioni, ma per un vizio di forma.
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I costi nascosti delle cause
Perché alcuni Tar scelgano di annullare subito le ordinanze no 5G e altri le sospendano, per poi dibatterne in aula, “può dipendere da diversi elementi”, osserva Belisario, tra i quali, per esempio, “precedenti orientamenti di una sezione su quel tema”. A Catania, per esempio, si richiama spesso la prima pronuncia sul caso di Messina, che ha fatto scuola in molte cause da nord a sud. Oltre ad aggiungere ostacoli burocratici a un percorso già accidentato, come più volte sottolineato da Asstel (l’associazione delle compagnie telefoniche), le cause costano alle casse dei Comuni. Osimo, nelle Marche, dovrà sborsare tremila euro, 2.500 Giulianova in Abruzzo, mentre Montesilvano 2.250 (750 a ricorso). “C’è anche un tema di costi – sottolinea Belisario – su cui, se saranno ritenute attività temerarie, potranno intervenire le Corti dei conti”.
L’altro costo nascosto è il rischio di perdere terreno nella corsa internazionale al 5G. “L’Italia è uno dei pionieri nella sperimentazione del 5G”, scrive in un recente studio Ernst & Young, società di consulenza, “con oltre il 10% di copertura, anche se la pandemia ha rallentato sensibilmente il processo”. Risultato? I territori più avanzati restano le grandi città metropolitane (Torino, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Cagliari) e una ventina di altri grossi centri, dove a compensare la digitalizzazione sono gli investimenti in sensoristica delle multiservizi. Per questo lo studio raccomanda nel 5G “iniziative selettive che generano risultati immediati o in ottica di copertura mirata di porti, stazioni, aeroporti, zone industriali”. Per Ernst & Young 12-18 mesi di slittamento costano all’Italia “minori benefici stimati tra 2,9 e 4,3 miliardi di euro”. Una voragine che persino Ercole farebbe fatica a colmare.
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