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A che punto siamo con l’intelligenza artificiale generale?

“Arriverà tra noi in tempi molto rapidi e poi dovremo capire che cosa possiamo fare. Sempre che si possa fare qualcosa”. Il soggetto di questa frase è la superintelligenza artificiale, mentre le funeste previsioni sul suo impatto – come forse avrete immaginato – appartengono al solito Elon Musk, uno che non si è mai tirato indietro quando c’è da prefigurare l’imminente avvento di una Ai in stile Skynet capace di mettere a rischio l’umanità.
Questa volta, però, qualcuno ha deciso di mettere mano alla tastiera e rispondere alle esternazioni del fondatore di Tesla e SpaceX: “Elon Musk non sa di cosa parla quando parla di Ai”, ha scritto su Twitter Jerome Pesenti, uno dei massimi esperti mondiali di intelligenza artificiale oggi a capo del dipartimento Ai di Facebook. “Non esiste nulla di simile alla Agi [Artificial General Intelligence, Ndr] e non siamo neanche lontanamente vicini a raggiungere l’intelligenza umana” (Elon Musk ha replicato: “Facebook fa schifo”). 
Chi ha ragione? Siamo davvero a pochi anni di distanza da un’intelligenza artificiale di livello umano oppure non è nemmeno ancora in vista? A dare retta ai pesi massimi del deep learning (il sistema algoritmico oggi sinonimo di Ai) ha ragione Pesenti: Andrew Ng (co-fondatore di Google Brain), Yann LeCun (vincitore del Turing Award 2018 oggi a Facebook), Yoshua Bengio (anche lui Turing Award 2018) e altri pionieri del settore sono concordi che l’avvento di una Agi – un’intelligenza artificiale dalle caratteristiche simili, pari o superiori a quelle umane – sia oggi fantascienza.
I progressi della Ai
Eppure non si possono negare i costanti e impressionanti progressi che sono alla base di queste fantasie sci-fi. Oltre agli arcinoti esempi di AlphaGo (algoritmo capace di sconfiggere il campione mondiale di un gioco incredibilmente complesso come il Go) e di AlphaZero (che dopo sole nove ore di allenamento è diventato imbattibile a scacchi), possiamo guardare anche al recente Gpt-3: il più vasto algoritmo di deep learning mai creato (175 miliardi di parametri, l’equivalente digitale delle nostre sinapsi) e addestrato con 450 gigabytes di dati all’interno dei quali è contenuta anche l’intera Wikipedia in lingua inglese.
Progettato per scrivere testi di ogni tipo, Gpt-3 è stato in grado di redigere un lungo editoriale dal sapore filosofico per il Guardian in cui – citando Matrix, la Rivoluzione industriale e lanciandosi in sottili ragionamenti logici – ha smontato la tesi secondo cui dovremmo temere le intelligenze artificiali troppo intelligenti. Eppure, neanche in questo caso ci troviamo di fronte a una vera dimostrazione di intelligenza. Per farla molto breve (qui trovate una spiegazione più dettagliata), Gpt-3 non ha la più pallida idea di cosa sta scrivendo e si limita a calcolare statisticamente – in seguito a un lunghissimo addestramento con milioni di dati – quale frase abbia più probabilità di completare logicamente quella precedente. Più che vera intelligenza, siamo di fronte a un’immensa opera di taglia e cuci probabilistico. 
Tutto questo, comunque, non significa che nei più avanzati laboratori del mondo non si stia realmente cercando di progettare l’intelligenza artificiale generale. Tutt’altro: sono in particolare due i centri di ricerca che lavorano esplicitamente a questo obiettivo: la londinese DeepMind (che ha progettato AlphaZero) e la statunitense OpenAi (ideatrice di Gpt-3 e finanziata inizialmente proprio da Elon Musk), che punta a diventare la prima società a costruire una macchina in grado di ragionare come un essere umano.
Proprio OpenAi ha recentemente messo a segno un altro colpo. Un algoritmo ricavato da Gpt-3 ha dimostrato di poter disegnare correttamente delle immagini basandosi solo sulla loro descrizione testuale. Il sistema in questione è stato battezzato Dall-E (che immagino sia un gioco di parole tra Wall-E e Dalì) ed è addestrato sfruttando centinaia di migliaia di coppie testo-immagine pescate su internet. A furia di associarli, Dall-E ha imparato a ricavare autonomamente delle immagini dai soli testi. Per esempio, chiedendo all’algoritmo di creare l’immagine cartoon di un pinguino che indossa un cappello blu, dei guanti rossi, una maglietta verde e dei pantaloni gialli il risultato è quello che vedete qui sotto.
Ancor più impressionante è il fatto che Dall-E sia stato in grado di creare dal nulla immagini in cui difficilmente può essere incappato online, com’è il caso di queste sedie a forma di avocado. Per quanto alla base ci sia sempre e comunque un modello statistico, è difficile continuare ad affermare che un’intelligenza artificiale non ha la più pallida idea di che cosa sta facendo e non comprende il significato delle parole quando è in grado di tradurle con impressionante precisione in immagini. Siamo di fronte a un altro passo che ci porta nella direzione di una vera intelligenza artificiale?
Che cos’è la Agi?
Prima di tutto, bisognerebbe capire che cosa si intende per intelligenza artificiale generale. La definizione più letterale è anche quella che ha più probabilità di essere un domani realizzata: una Ai in grado di risolvere molteplici problemi senza bisogno – come avviene con gli algoritmi di oggi – di essere riprogrammata da capo. In grado quindi di giocare a scacchi, scrivere testi, riconoscere immagini e altro ancora passando senza difficoltà da un compito all’altro; un po’ come facciamo noi esseri umani, che non abbiamo bisogno di imparare nuovamente da zero ogni volta che ci apprestiamo a portare a termine un obiettivo differente. “Da questo punto di vista, la Agi non sarebbe più intelligente di AlphaGo o Gpt-3, dovrebbe soltanto avere un maggior numero di abilità”, si legge sulla Mit Tech Review. “Sarebbe una Ai di carattere generale, non una vera e propria intelligenza”. 
Più spesso (almeno nell’immaginario collettivo) parlare di Agi significa però fare riferimento all’intelligenza artificiale di livello umano e quindi – come spiegò un altro pioniere del calibro di Marvin Minsky già negli anni ’70 – “una macchina in grado di leggere Shakespeare, fare politica, raccontare una barzelletta, litigare”. Non solo, “a quel punto, la macchina potrà insegnare a se stessa a una velocità incredibile. Nel giro di pochi mesi avrà raggiunto un livello geniale e pochi mesi dopo i suoi poteri saranno incalcolabili”.
Lasciando perdere il fatto che Minsky immaginava che ciò sarebbe avvenuto entro la fine degli anni ’70 (in confronto, Musk è un realista), questa definizione è la stessa che ancora oggi si sente ripetere quando si parla di superintelligenza artificiale, di singolarità tecnologica, dell’ultima invenzione dell’essere umano e di tutte le altre aspettative più o meno messianiche nei confronti di questa innovazione. Se poi si aggiunge al mix anche la possibilità che le Ai sviluppino una coscienza (un concetto ancor più sfuggente di quello già complesso di intelligenza), ecco che si rischia definitivamente di deragliare dai binari scientifici e finire dritti tra le braccia della fantascienza.
Quando arriveremo alla Agi?
Per capire a che punto siamo sulla strada dell’intelligenza artificiale generale è allora meglio limitarsi al senso più letterale del termine, quello che indica la conquista di una Ai di carattere generale, in grado di passare da un compito all’altro senza difficoltà. L’importanza di uno strumento del genere (e quanto queste Ai potrebbero così trasformarsi in fondamentali assistenti) si può intuire pensando a come sarebbe diverso il mondo se dovessimo utilizzare un computer per scrivere, un altro per inviare email, un terzo per navigare sul web, un quarto per vedere i film e così via, invece di avere a disposizione un computer general-purpose in grado di passare da una mansione all’altra senza alcuna difficoltà.
Come si arriva fin qui? Le strade oggi in fase di sperimentazione sono parecchie. Tra queste vale la pena di citare il metodo noto come transfer learning, che punta a permettere alle Ai di conservare parte dell’addestramento utilizzato per un compito anche per l’apprendimento di uno nuovo (un po’ come noi utilizziamo parte dell’addestramento per imparare ad andare in bicicletta anche per imparare ad andare in motorino). Ancor più affascinante è la possibilità che le Ai non si limitino più a scovare correlazioni, come fanno oggi, ma imparino a comprendere il rapporto di causa effetto (ovvero non limitarsi a capire che c’è una relazione tra le nuvole e la pioggia, ma che una è la causa dell’altra), dotandosi così di quel “buon senso” che – sempre secondo Yoshua Bengio – è fondamentale per fare qualche passo in avanti (in questo campo siamo però ancora agli inizi).
Se e quando si arriverà a un’intelligenza artificiale di carattere generale, avremo a quel punto compiuto un altro piccolo passo verso l’intelligenza artificiale di tipo umano. Già solo messa in questi termini, si capisce quanto la strada sia ancora lunga e come le previsioni di Elon Musk – tanto per cambiare – siano destinate a non realizzarsi. Potrebbero volerci decenni affinché una Ai riesca a superare il test di Turing, potrebbe non avvenire mai. Peggio ancora: potrebbe essere una delusione. Secondo un filosofo come John Searle, le macchine potranno ragionare a livello umano solo quando saremo in grado di fornire loro una configurazione materiale di complessità equivalente a quella del nostro cervello. Un obiettivo che non solo è ancora lontanissimo, ma che smonta qualunque possibilità di creare una macchina superiore all’uomo. E a quel punto, addio sogni di singolarità tecnologica e superintelligenza.
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Author: Andrea Daniele Signorelli

Chi sono e cosa vogliono i QAnon italiani?

Gli effetti del complottismo sono molto concreti: un video che sta girando in queste ore mostra una donna piangere disperata e chiedere aiuto a dio, e a Donald Trump, per evitare che Biden diventi davvero presidente. È una sostenitrice della bizzarra teoria del complotto che ha preso il nome di QAnon. La donna è disperata perché sta guardando l’inaugurazione della nuova presidenza statunitense e per lei si tratta di un grande imbroglio, che andrebbe impedito. La pensano come lei milioni di altri cittadini statunitensi, compresi molti di quelli che lo scorso 6 gennaio hanno assaltato il Campidoglio. Ma questa strampalata teoria per cui le elezioni sarebbero state truccate non è un’idea esclusivamente americana: ci credono anche molti italiani, soprattutto quelli sostenitori di QAnon. Dire esattamente quanti siano nel nostro paese, purtroppo, è impossibile perché non esistono stime precise, ma sappiamo che a decine di migliaia sono iscritti a canali Telegram e gruppi Facebook in cui queste teorie del complotto vengono diffuse quotidianamente.
L’esistenza dei complottisti oggi non è certo una novità, sappiamo che c’è chi crede che la Terra sarebbe piatta, ma media e poteri forti lo tengono nascosto, c’è chi crede che molti di noi sarebbero in realtà alieni simili a rettili (i cosiddetti rettiliani), e così via. Ma il network di QAnon sembra avere un grado di pericolosità superiore e impossibile da ignorare: negli Stati Uniti l’Fbi ha inserito QAnon nella lista delle minacce terroristiche, e le autorità hanno più volte detto di aspettarsi proteste armate e possibili attentati (cosa che si è concretizzata: un uomo della Virginia è stato fermato a Washington DC con un badge falso per accedere all’inaugurazione di Biden, era armato e con sé portava oltre 500 munizioni). E QAnon, da tempo, sta inglobando tutte le altre teorie cospirazioniste. 
Quella del complottismo è una galassia variegata, con un unico denominatore che è la negazione della realtà, QAnon, però, riesce a fare una somma di molti dei punti centrali delle teorie infondate e strampalate che vanno per la maggiore. I qanonisti credono che i democratici siano trafficanti di minori (è in fondo solo l’ultima incarnazione del grande classico novecentesco dei comunisti che mangiano bambini) che siano satanisti (è così che durante la guerra fredda venivano chiamati i comunisti) e che Trump sia una sorta di agente che combatte questo gruppo di potere chiamato Deep State (è la classica storia dell’eroe in missione solitaria contro i potenti, tipica di molti fumetti). 
Il successo di QAnon è soprattutto statunitense, ma più in generale occidentale, quindi anche italiano. Il motivo? Questi miti (satanismo, comunisti che trafficano bambini, ebrei come George Soros che controllerebbero il mondo e così via) sembrano nuovi, ma sono in realtà vecchie leggende diffuse della propaganda occidentale anticomunista, quella che imperversava durante la Guerra fredda, quando l’Occidente era in conflitto con l’Unione sovietica. 
Da questa premessa cominciamo a capire qualcosa su chi siano i qanonisti italiani: spesso sono le stesse persone che per varie ragioni, come tradizione politica, ignoranza e ingenuità, sono disposte a credere alle idee sovraniste. In Italia, d’altronde, idee come l’antisemitismo hanno una lunga storia: il nostro paese è quello che diede vita alle leggi razziali fasciste che furono promulgate nel 1938 dopo essere state sospinte da una serie di leggende e falsi storici, come i Protocolli dei Savi di Sion (un documento falso in cui credono tutt’ora alcuni politici italiani).
Osservando i forum e i contenuti dei forum di QAnon italiani tra sovranismo e falsità complottiste sembra esistere una certa vicinanza, ma le due cose non sono perfettamente sovrapponibili. Chi crede in QAnon infatti, è vero, finisce per far parte di una frangia politica estrema, ma all’inizio è attratto da contenuti apolitici e apparentemente di buonsenso. Molti post parlano di “bambini che vanno salvati”, c’è chi propone di mobilitarsi per “raccogliere fondi contro i trafficanti di bambini” e altre idee con cui chiunque si troverebbe d’accordo. Una volta entrati nei forum, però, che siano gruppi Facebook o chat su Telegram, si scopre che quei bambini vanno salvati da politici di sinistra pedofili e satanisti, e si viene esposti anche a contenuti più controversi, si trovano utenti che descrivono arresti imminenti (che poi non avvengono), trame politiche tanto strambe quanto affascinanti, come quella secondo cui è stato Matteo Renzi a manomettere i voti per Trump nelle ultime elezioni statunitensi. 
I qanonisti italiani, come quelli americani, lasciano sui social messaggi difficili da decifrare, scrivono post criptici e fanno intendere a chi li legge che qualcosa sta sempre per accadere. Le frasi che ricorrono più spesso sono “credi al piano” (trust the plan), “aspettate e vedrete”, “queste sono ore cruciali”, “siamo quasi alla resa finale”, e altre formule simili che si rifanno a quelle che sentiamo nei trailer dei film d’azione e hanno quindi una caratteristica importante, quella di trasmettere urgenza e gravità, quindi di attrarre l’attenzione. Peccato che poi, chi ci crede e aspetta che succeda qualcosa, verrà deluso: nessun arresto di Hillary Clinton, nessuna mossa inaspettata e spettacolare di Trump per rimanere alla Casa Bianca, nessuna prova del traffico di minori o di messe sataniche, nemmeno le prove dei brogli elettorali.
Insieme ai messaggi vaghi e le frasi apocalittiche i complottisti italiani spesso pubblicano foto di armamenti e aerei militari, mappe e altre informazioni che sono pubbliche, ma piuttosto tecniche, che non sembrano essere così presenti nei forum qanonisti in lingua inglese. La spiegazione – ma qui siamo nel campo delle ipotesi – potrebbe essere che i qanonisti italiani sono in una fase precedente a quella della radicalizzazione politica. I QAnon statunitensi sono ormai una frangia politica estrema fermamente convinta delle sue idee, che non ha bisogno dell’ossessivo atteggiamento investigativo dei complottisti; gli italiani invece sono meno radicalizzati, quindi intenti nella ricerca di prove per le teorie che sostengono.
È facile derubricare QAnon a un fenomeno di costume di cui ridere, una leggenda che gira su internet e a cui abboccano una manciata di creduloni, ma è un errore. Si tratta di un fenomeno da prendere seriamente per almeno due motivi: il primo è che al suo interno la comunicazione somiglia a quella delle sette religiose, ci sono alcuni account eletti come portavoce a cui si crede ciecamente e un qualsiasi commento che esprima dissenso o dubbio è sufficiente per essere tacciati come nemici. Il secondo è che difficilmente, una volta entrati all’interno di questi circoli di fanatici, se ne esce. 
Il qanonista italiano, come quello statunitense, parla di combattere un potere occulto e misterioso, si finge un portavoce di segreti di cui dispone solo lui, ma a differenza del complottista americano non è solo impegnato nella ricerca di dettagli e simbologie da interpretare (come le 17 bandiere americane esposte all’ultimo discorso di Trump, che secondo alcuni sarebbero state un segnale per Q visto che la lettera “q” è la diciassettesima dell’alfabeto), ma anche nel tradurre (non sempre in modo fedele) notizie che vengono da blog e media anglosassoni. Questo è un dato da tenere in considerazione: visto che questa teoria del complotto si riferisce soprattutto a fatti e personaggi americani, come Biden, Trump e Clinton, i messaggi confusi e criptici si mescolano con traduzioni astruse, a volte fatte con traduttori automatici che contribuiscono alla confusione e finiscono per costruire una specie di neolingua del complotto.
L’elezione di Biden, e il giuramento che non è stato impedito da arresti o da una mossa inaspettata e spettacolare di Trump, è stato un duro colpo per i qanonisti, anche per quelli italiani. Molti si chiedono come mai non siano arrivati segnali, come mai Clinton e Biden non siano stati arrestati, e in certi commenti sembra esserci dello scetticismo. Ma in ogni caso non abbastanza da far pensare che la teoria verrà abbandonata: l’atteggiamento generale, ogni qual volta non si sono avverate le loro ipotesi, è di cercare spiegazioni sempre più astruse, in certi casi si risponde alle critiche ignorando gli eventi e ricordando che QAnon è un movimento spirituale che ha aperto gli occhi a migliaia di persone. Come fosse una religione senza la quale non c’è salvezza. Su una delle chat italiane più seguite su Telegram un utente ha scritto “nessuno deve rinnegare nulla, all’opposto non saremmo qui a lamentarci di come vanno le cose, se non avessimo già percorso molta strada. Faremmo persino fatica a renderci conto di quel che sta accadendo”.
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Author: Enrico Pitzianti

Pioli: “Milan, servirà giocare con grande intensità. Mandzukic si è presentato molto bene”

Pioli: “Milan, servirà giocare con grande intensità. Mandzukic si è presentato molto bene”Il tecnico rossonero sull’Atalanta: “Gasperini dice che ci danno tanti rigori? Abbiamo un gioco offensivo, siamo sempre lì e prendiamo tanti pali…”


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Premier, Newcastle-Liverpool 0-0: la squadra di Klopp spreca troppo

La squadra di Klopp crea molto ma non riesce a segnare, anche per le super parate del portiere dei Magpies

Il Newcastle riesce nell’impresa di non fra segnare il Liverpool e strappa un prezioso 0-0. Grande protagonista della serata il portiere Darlow, con almeno tre parate prodigiose su Salah e Firmino. Ma nella circostanza è mancato anche il cinismo agli uomini di Klopp, poco concreti davanti alla porta dei Magpies e costretti al secondo pari consecutivo in Premier.

E’ stata una partita piacevole, a cui è mancato solo il gol. Oltre alle parate del portiere del Newcastle, ci sono state occasioni clamorose per Firmino in versione sciupone e Mané nella ripresa. Il Liverpool ha rischiato anche la beffa nel finale, quando Alisson ha mostrato una notevole reattività sul colpo di testa di Clarke. Ora Klopp resta primo in classifica, ma con tre punti di margine sullo United che ha una partita in meno.


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Maldini: “Milan, Pioli grande allenatore”

Il direttore tecnico dei rossoneri: “Con l’allenatore abbiamo un rapporto molto diretto. A gennaio non stravolgeremo la squadra”

Paolo Maldini è tornato a essere orgoglioso del suo Milan. E secondo lui Stefano Pioli “ha le caratteristiche di un grande allenatore. Spero poi che l’anno nuovo porti un po’ di normalità e che la squadra non smetta di sognare”.

ORGOGLIO

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“Questa squadra – commenta Maldini in un’intervista a Dribbling- mi rende felice per la sua maniera di giocare, di essere, per il suo coraggio, tutte cose che abbiamo chiesto ai nostri giocatori, a quelli che sono arrivati qua e a quelli che abbiamo trovato al nostro arrivo. Il segreto è credere in quello che si fa, aspettare i giocatori: il Milan era una squadra che aveva bisogno di ricostruire una base che con gli anni era cambiata ma non riusciva a ripartire, e adesso, dopo 18 mesi, si vedono i primi risultati. Le esigenze dei giovani sono sempre quelle, avere il tempo necessario per adattarsi, non tutti i club ti danno lo stesso stress e il Milan è una società che ti chiede tanto. Io non sono stato per nove anni fuori dal calcio con l’idea di tornare un giorno, ma con l’idea che se fosse successo me la sarei goduta”.

A CUORE APERTO

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“Io sono molto pratico e realistico – confessa Maldini -, però magari i sogni ti permettono di arrivare dove non pensavi di arrivare. Con Pioli c’è un rapporto molto aperto, ci diciamo tutto. Anche perché è l’unica maniera per riuscire ad avere dei risultati. Sul mercato di gennaio sicuramente non stravolgeremo la squadra, magari andremo alla ricerca di qualche opportunità. Un vice-Ibra? Abbiamo già tante alternative come Leao, Rebic, Colombo, anche Daniel. Abbiamo una serie di ragazzi in cui crediamo, li abbiamo fatti giocare e siamo primi in classifica”.

IN FAMIGLIA

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Maldini parla poi del figlio Daniel. “Vive ancora in casa con noi, lo vedo tutti i giorni. A Milanello ci salutiamo in maniera normale, c’è massima naturalezza perché il calcio, ma vale per lo sport in generale, è molto democratico e se sei qua è perché vali e questo deve essere d’insegnamento per Daniel come lo è stato per me”. Da 65 anni c’è un Maldini al Milan. “Questa storia della mia famiglia che continua è qualcosa di speciale. Io e mio padre abbiamo anche avuto la fortuna di avere tanti successi, mi auguro per Daniel che possa succedere anche a lui”.

SENZA IBRA

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E pensare che da qualche settimana manca Ibrahimovic. “Affronta tutto molto di petto ed è arrabbiato perché era vicino al rientro ma i problemi muscolari sono una cosa che riguarda tutti i giocatori e chi ha avuto il Covid ha sofferto anche per i tanti impegni ravvicinati. Un vice-Ibra? Abbiamo già tante alternative come Leao, Rebic, Colombo, anche Daniel. Abbiamo una serie di ragazzi in cui crediamo, li abbiamo fatti giocare e siamo primi in classifica”.


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Sampdoria-Milan 1-2: Kessie su rigore, Castillejo e Ekdal

Rossoneri molto solidi e concreti: segnano il centrocampista su rigore e lo spagnolo appena entrato, inutile il gol di Ekdal per Ranieri

Kessie-Castillejo: due a uno al Ferraris sulla Sampdoria e più cinque sull’Inter in classifica. Da qui bisogna ripartire. Aspettavano tutti la partita del Ferraris come un esame, l’ennesimo, per testare le potenzialità di un Milan che sembra avere oggi ormai solo se stesso come avversario. Pioli ha insegnato la resilienza ai suoi, il resto è venuto da sé, anche la capacità di saper andare oltre l’imprevisto o le assenze del generale Ibra, pur con qualche sofferenza di troppo nella ripresa. Nel post lockdown non ha mai perso, la Samp viceversa non vince dal 24 ottobre, due punti conquistati su quindici nelle ultime cinque gare.

SAMP ATTENTA

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La Samp ha retto per quasi tutto il primo tempo, soffrendo com’era prevedibile, ma senza tirare su un fortino, con discreto ordine. Poi, però, il fallo di mano di Jankto su un affondo di Theo Hernandez ha offerto poco prima dell’intervallo ai rossoneri l’opportunità del rigore trasformato da Kessie. Sino a quel punto la squadra di Pioli aveva trovato più spazio sulla corsia di destra, dove Candreva (spostato a sinistra con Jankto sull’altra fascia) non sempre è riuscito ad assistere Augello in fase difensiva, favorendo così la catena Calabria-Saelemaekers. Eppure la prima occasione della gara è stata per la Samp (colpo di testa di Tonelli al 7’, gran riflesso di Donnarumma). Cinque minuti dopo, recupero decisivo di Ferrari su Rebic. Lì, Ranieri ha dovuto rimescolare le carte per l’infortunio di Bereszynski. Dentro Colley sul centrosinistra, con Tonelli al suo fianco e Ferrari terzino destro. Il Milan ha preso possesso alla distanza in modo più deciso della mediana, approfittando anche dell’incapacità dei blucerchiati di sostenere la maggiore spinta del Milan anche per vie centrali. Prima del rigore di Kessie, al 39’ c’è stato un salvataggio decisivo di Tonelli sulla riga di porta, che è riuscito a rimettere in gioco un pallone di Rebic. Promossa, nella realtà, l’inedita coppia Gabbia-Romagnoli al centro della difesa, contro Quagliarella (poco servito nel primo tempo) e Gabbiadini che ha risentito della lunga inattività.

L’ORGOGLIO

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Zero a uno all’intervallo, ma nella ripresa Pioli inserisce Hauge per Brahim Diaz, mentre Ranieri ricostruisce la mediana. Fuori Silva e Jankto per Ekdal e Damsgaard, e lì i rossoneri hanno rallentato un po’ la loro pressione, dopo il palo (2’) colpito da Tonali. La rivoluzione di Ranieri, con Candreva che parte dal centrodestra, favorisce la spinta della Samp, che a sinistra sfrutta bene la spinta di Damsgaard. I blucerchiati perdono poi Gabbiadini (affaticato), e La Gumina va a piazzarsi alle spalle di Quagliarella, con un lavoro importante per la squadra. Manca, però, la finalizzazione e il cinismo di un Milan che rialza ancora il ritmo intorno alla mezz’ora, dove arriva non a caso il raddoppio di Castillejo dopo una manciata di secondi dal suo ingresso in campo, sorprendendo la difesa della Samp. Partita chiusa? Macché: Ekdal la riapre al 36’ con un tocco difficile su calcio d’angolo, ma lì manca ai blucerchiati la forza di acciuffare il pari, perché ancora lo svedese, all’ultima azione, lasciato completamente solo da due passi manca la deviazione vincente di testa.


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Author: Filippo Grimaldi

Sampdoria-Milan 1-2: Kessie su rigore, Castillejo e Ekdal

Rossoneri molto solidi e concreti: segnano il centrocampista su rigore e lo spagnolo appena entrato, inutile il gol di Ekdal per Ranieri

Kessie-Castillejo: due a uno al Ferraris sulla Sampdoria e più cinque sull’Inter in classifica. Da qui bisogna ripartire. Aspettavano tutti la partita del Ferraris come un esame, l’ennesimo, per testare le potenzialità di un Milan che sembra avere oggi ormai solo se stesso come avversario. Pioli ha insegnato la resilienza ai suoi, il resto è venuto da sé, anche la capacità di saper andare oltre l’imprevisto o le assenze del generale Ibra, pur con qualche sofferenza di troppo nella ripresa. Nel post lockdown non ha mai perso, la Samp viceversa non vince dal 24 ottobre, due punti conquistati su quindici nelle ultime cinque gare.

SAMP ATTENTA

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La Samp ha retto per quasi tutto il primo tempo, soffrendo com’era prevedibile, ma senza tirare su un fortino, con discreto ordine. Poi, però, il fallo di mano di Jankto su un affondo di Theo Hernandez ha offerto poco prima dell’intervallo ai rossoneri l’opportunità del rigore trasformato da Kessie. Sino a quel punto la squadra di Pioli aveva trovato più spazio sulla corsia di destra, dove Candreva (spostato a sinistra con Jankto sull’altra fascia) non sempre è riuscito ad assistere Augello in fase difensiva, favorendo così la catena Calabria-Saelemaekers. Eppure la prima occasione della gara è stata per la Samp (colpo di testa di Tonelli al 7’, gran riflesso di Donnarumma). Cinque minuti dopo, recupero decisivo di Ferrari su Rebic. Lì, Ranieri ha dovuto rimescolare le carte per l’infortunio di Bereszynski. Dentro Colley sul centrosinistra, con Tonelli al suo fianco e Ferrari terzino destro. Il Milan ha preso possesso alla distanza in modo più deciso della mediana, approfittando anche dell’incapacità dei blucerchiati di sostenere la maggiore spinta del Milan anche per vie centrali. Prima del rigore di Kessie, al 39’ c’è stato un salvataggio decisivo di Tonelli sulla riga di porta, che è riuscito a rimettere in gioco un pallone di Rebic. Promossa, nella realtà, l’inedita coppia Gabbia-Romagnoli al centro della difesa, contro Quagliarella (poco servito nel primo tempo) e Gabbiadini che ha risentito della lunga inattività.

L’ORGOGLIO

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Zero a uno all’intervallo, ma nella ripresa Pioli inserisce Hauge per Brahim Diaz, mentre Ranieri ricostruisce la mediana. Fuori Silva e Jankto per Ekdal e Damsgaard, e lì i rossoneri hanno rallentato un po’ la loro pressione, dopo il palo (2’) colpito da Tonali. La rivoluzione di Ranieri, con Candreva che parte dal centrodestra, favorisce la spinta della Samp, che a sinistra sfrutta bene la spinta di Damsgaard. I blucerchiati perdono poi Gabbiadini (affaticato), e La Gumina va a piazzarsi alle spalle di Quagliarella, con un lavoro importante per la squadra. Manca, però, la finalizzazione e il cinismo di un Milan che rialza ancora il ritmo intorno alla mezz’ora, dove arriva non a caso il raddoppio di Castillejo dopo una manciata di secondi dal suo ingresso in campo, sorprendendo la difesa della Samp. Partita chiusa? Macché: Ekdal la riapre al 36’ con un tocco difficile su calcio d’angolo, ma lì manca ai blucerchiati la forza di acciuffare il pari, perché ancora lo svedese, all’ultima azione, lasciato completamente solo da due passi manca la deviazione vincente di testa.


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Author: Filippo Grimaldi